Salute delle ossa: prevenzione, alimentazione, integrazione, screening

Osteoporosi: che cos’è

L’osteoporosi è una malattia che è caratterizzata da perdita di massa e di resistenza dell’osso che, perdendo compattezza ed elasticità, è a maggior rischio di frattura: è sempre esistita ma con le recenti tecniche di diagnosi è venuta alla luce in modo dirompente.

Calcio? Ci vuole altro

Se consideriamo la particolare funzione, il suo metabolismo e tutti i condizionamenti ormonali a cui le nostra osse sono sottoposte, è davvero incredibile che fino a ora si sia pensato semplicemente al calcio come soluzione: un’analisi sugli effetti delle grandi dosi di calcio che con leggerezza sono state somministrate per lunghi periodi, dimostra che spesso hanno aumentato i disturbi dell’apparato cardiovascolare, soprattutto nelle donne in post menopausa. In passato non si conoscevano terapie efficaci: ma negli ultimi anni sono stati brevettati farmaci molto efficaci nell’aumentare la massa ossea, ma con importanti effetti collaterali.

Salute e agilità: meglio pensarci prima

È dimostrato che non esistono terapie efficaci per curare e ridurre il grado di un’osteoporosi conclamata e grave: è sempre più evidente che l’azione preventiva è fondamentale.

L’Osteoporosi infatti, nonostante sia una malattia dell’osso, è causata da problemi metabolici nutrizionali o è conseguenza di malattie o farmaci assunti in quantità complessiva elevata a causa dell’allungamento della vita media. Nell’anziano l’osteoporosi è considerata un fenomeno “parafisiologico” perché è la logica conseguenza dell’invecchiamento e dell’impoverimento di tutti i tessuti; nella donna in menopausa è invece frequente a causa dell’importante cambiamento ormonale.

Altri due elementi sono importanti nella prevenzione dell’osteoporosi: la carenza di vitamina D, oggi estremamente frequente sia a causa della nostra alimentazione, sia per i nostri modelli di vita quotidiana e l’alimentazione. L’alimentazione sempre più povera sotto il profilo nutrizionale, non ci fornisce i nutrienti necessari per un corretto trofismo, tanto più che con il passare degli anni abbiamo bisogno di incrementare la qualità e la quantità dei micronutrienti che introduciamo.

La MOC ci aiuta

Se escludiamo fratture causate da traumi accidentali il maggior rischio di fratture causate dall’osteoporosi è sul collo del femore, meno frequentemente sulla colonna vertebrale. Queste due zone del corpo sostengono buona parte del peso corporeo, e sono quindi sottoposte ad uno stress meccanico importante. In particolare la testa del femore, che normalmente non si frattura, ad ogni passo deve sopportare tre volte il nostro peso corporeo per centimetro quadro.

Per questo motivo gli esami per diagnosticare l’osteoporosi si effettuano prevalentemente sulla colonna vertebrale e sul collo del femore, e i risultati ottenuti vengono comparati con una media della densità ossea riscontrata nelle persone di pari età, peso, sesso. L’esame più frequentemente utilizzato per diagnosticare l’osteoporosi è l’osteodensitometria (MOC): la densità dell’osso viene valutata attraverso una radiografia e quindi l’individuo deve essere sottoposto ad una certa dose di radiazioni.

Se però consideriamo la funzione dell’osso e il motivo per cui vengono depositati più calcio e più matrice ossea, per parlare di osteoporosi non possamo limitarci a questi parametri.

L’attività fisica e la postura: fondamentali per intervenire e prevenire

Il bisogno che ha l’osso di essere più solido, più duro, più resistente cioè di contenere più calcio, o di essere più elastico, ovvero di deformarsi quando sottoposto a certe forze, dipende da due situazioni che oggi non vengono prese in considerazione: l’attività fisica, che implica una maggiore o minor forza che i muscoli esercitano sull’osso e la postura che normalmente teniamo.

Quasi tutti noi abbiamo una postura non corretta e per questo motivo scarichiamo il peso maggiormente su un arto piuttosto che sull’altro: se l’osso è sottoposto a un carico maggiore o minore avrà bisogno di maggiore o minore consistenza e quindi cercherà di depositare maggiori o minori quantità di calcio.

Insomma, sarà “più” o “meno” resistente. Per questo spesso troviamo nell’osteodensitometria una colonna vertebrale più osteoporotica del femore o viceversa. Se consideriamo l’osteoporosi un fenomeno globale che coinvolge tutte le ossa dovremmo trovare una densità ossea omogenea in tutte le parti esaminate, cosa che normalmente non succede proprio perché il carico e il movimento a cui sono sottoposti diversi segmenti ossei non sono omogenei.

Misurare il “rischio di frattura ipotetico”

Quindi se parliamo di osteoporosi e di diagnosi di osteoporosi con gli strumenti classici possiamo solo fare riferimento al maggior o minor rischio di frattura: qualsiasi esame che valuti la densità ossea non può dare altre informazioni, soprattutto di tipo preventivo.

Per sapere qual è l’andamento della salute del nostro corpo dovremmo sottoporci periodicamente alla valutazione della sua densità, dato che la dose di radiazioni a cui veniamo sottoposti non può superare certi limiti, non c’è la possibilità di valutare in tempi medio lunghi cosa sta succedendo.

Strumenti di diagnosi che, anziché le radiazioni, utilizzano altre forme di energia, come gli ultrasuoni, ci permettono di avere indicazioni sul rischio di frattura ipotetico, di valutare in tempi brevi la salute dell’osso, e valutare se le terapie preventive o le correzioni alimentari che stiamo introducendo siano efficaci contro la tendenza osteoporotica.

Il fenomeno “acidosi”

Negli ultimi anni si è dato peso alla acidosi tissutale, comunemente nota come acidosi, come causa determinante l’osteoporosi: anche in questo caso la teoria prende le mosse da un fatto ovvio e cioè che il nostro corpo in presenza di acidosi tende a tamponare l’eccesso di acido mobilizzando il calcio dall’osso per fare bicarbonati.

La soluzione ipotetica è assumere quotidianamente bicarbonati di calcio per evitare o ridurre l’insorgenza dell’osteoporosi. Contemporaneamente è stata individuata come causa alimentare dell’osteoporosi l’assunzione di proteine acide, soprattutto quelle derivanti dai latticini. Dal punto di vista funzionale la premessa è corretta, ma sfugge un fatto importante: il nostro corpo nel momento in cui si verifica un cambiamento di stato che perdura nel tempo, attiva delle compensazioni che anziché danneggiare uno o più tessuti, permettono di gestire il nuovo livello di acidosi presente e di proteggere i tessuti che ne verrebbero danneggiati.

L’acidosi di per sé è un fenomeno fisiologico, conseguenza di qualsiasi stress fisico anche minimo, sia esso alimentare, muscolare, metabolico: vivere, respirare, muoversi, mangiare, di per sé sono tutte attività che producono fisiologicamente un eccesso di acido.

Se si verifica un aumento improvviso e inaspettato dell’acidosi tissutale il corpo necessariamente interverrà velocemente attingendo dal calcio dell’osso per tamponare questo eccesso; ma se l’acidosi è un fenomeno costante il corpo attiverà gli “emuntori”, cioè aumenterà la sudorazione, l’eliminazione dell’acido con le urine, l’eliminazione dell’acido con le feci e con lo scambio respiratorio.

Impegno quotidiano, quotidiano miglioramento

Intervenire in senso preventivo sull’eccesso di acido che ormai ci caratterizza, significa modificare lo stile di vita (cioè vivere in modo meno frenetico e meno stressante emotivamente) e soprattutto lo stile di alimentazione. Nutrirsi con cibi freschi, sani, possibilmente biologici o meno trattati possibile, evitare la monotonia alimentare, aggiungere cibi molto ricchi di vitamine e minerali ad alta biodisponibilità ci permette di fornire al nostro organismo tutto ciò che serve per non sviluppare acidosi tissutale. In ogni caso secondo il modello funzionale e secondo la fisiologia non sarebbe possibile per il nostro organismo intervenire su un evento quotidiano e parafisiologico come l’acidosi, distruggendo o impoverendo un organo come l’osso.

Un esame diagnostico per l’osteoporosi che negli ultimi anni si sta diffondendo sempre di più è l’ultrasonometria del calcagno: numerose pubblicazioni scientifiche hanno dimostrato che questo esame ha una capacità di predire il rischio frattura sovrapponibile all’osteodensitometria. Il vantaggio di questo approccio è la totale assenza di radiazioni, il limite rispetto all’osteodensitometria è che la misurazione per essere efficace e attendibile si effettua solo sul calcagno. Il calcagno è un’altra zona del corpo che è sottoposta a un notevole carico sia di peso che di movimento: se in questa sede si evidenzia un ridotto deposito di calcio e quindi una maggior fragilità dell’osso, significa che l’impoverimento della struttura ossea è diffusa a tutti i settori del corpo; in questo caso vale la pena approfondire, valutando i segmenti tradizionali come il collo del femore e la colonna lombare.

Nel caso in cui invece l’esame non indichi un rischio frattura importante, ma solo una diminuzione della compattezza e della resistenza dell’osso, sarebbe utile iniziare a modificare il proprio stile di vita e intervenire con integratori per migliorare l’apporto dei nutrienti essenziali per l’osso: il silicio, il manganese, la vitamina D assunta in modo costante, il calcio, la vitamina K2. Tra questi integratori il silicio e il manganese sono stati poco considerati sino ad oggi: eppure è noto da tempo quale sia la loro importanza per sostenere la salute dell’osso soprattutto sotto l’aspetto dell’elasticità e della matrice ossea.

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